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05 – Verso il traguardo

Buongiorno e benvenuto su “Parola di Scrib”: siamo arrivati al quinto episodio di questo podcast e io, devo ammetterlo, se all’inizio ero un po’ titubante (per non dire restio) a mettere in gioco la mia voce (ho scoperto che, chi più chi meno, ognuno mal digerisce la propria); ora, invece, mi sta piacendo un sacco condividere questo momento insieme a te.
Oggi cercherò di far chiarezza su cos’è questo benedetto (o maledetto, dipende dai punti di vista) Show, don’t tell in cui mi sono buttato a capofitto e come ho lavorato per tutta la fase di revisione del testo prima di arrivare all’editing finale.
Questo è un piccolo bonus track, non tanto nel contenuto, quanto nella forma: essendo la Vigilia di Natale e che forse potresti avere più tempo da dedicare alle cose che ti piacciono, ho voluto anticipare di qualche giorno l’uscita di questo episodio.

Partiamo con un chiarimento: quando ho iniziato a scrivere, avevo giù una base d’appoggio con tutte le informazioni (almeno quelle note fino a quel momento) del mondo che stavo andando a creare e infatti, nel corso del 2016, avevo fatto “amicizia” con OneNote, del pacchetto Office, che usavo anche per le sessioni di GdR, tenendo traccia degli eventi e dello sviluppo del party di giocatori di cui facevo parte. Ecco, quello strumento mi è stato e mi è tuttora indispensabile per avere sempre sott’occhio ogni aspetto della complessità di un mondo e le sue schede sono fondamentali per andare a ripescare ogni appunto che avevo preso per non venir seppellito sotto una valanga di fogli e foglietti, che peraltro sarebbero stati ben meno ordinati, con un uso così intensivo come. Inoltre, cosa nient’affatto secondaria, questo strumento ce l’ho a disposizione ovunque vada, sul telefono, sul portatile… è in cloud, quindi anche dal PC di un’altra persona, se lo volessi.
Man mano che rileggevo e rielaboravo il testo, ogni informazione extra era copiata e incorporata nelle varie sezioni del blocco appunti dedicato, ma per non appesantire troppo con parti visive (c’erano solo le immagini più significative) avevo anche delle cartelle con tutti i “ritratti” dei personaggi (dalla protagonista, Siina, alla comparsa) in modo da avere sempre chiaro l’aspetto e non sbagliare descrizione.
Perché ti sto raccontando questa parte solo ora?
Perché se nella fase di “slancio” inziale, in cui ho scritto di getto tutto, il periodo limitato ha aiutato a tenere a mente ogni cosa, almeno le più importanti, col passare delle settimane e dei mesi, alcuni dettagli andavano sfumando nella memoria e quindi, se non avessi fatto un simile lavoro, avrei perso l’orientamento nella miriade di nomi, date, riferimenti, facce… Stiamo parlando di un intero mondo!
Più avanti, quando ti racconterò della scrittura dei racconti, capirai bene che il modo di lavorare è ben differente.

Ma ora torniamo al punto focale di questo episodio e vediamo cosa sia questo stile narrativo chiamato “Show, don’t tell”: ebbene, è proprio quello che c’è scritto (e non è una battuta), vale a dire che l’autore si impegna non tanto a raccontare quel che succede, ma lo mostra attraverso parole che ti descrivono la scena, come se tu fossi presente, possibilmente usando tutti i sensi possibili.
Spiegarlo è più difficile che non esemplificarlo.
Se io metto in scena una persona brutta, posso usare due sistemi: il primo prevede di essere diretto “Mario è brutto e la gente lo evita per il suo aspetto”, che dice tutto e non dice niente, senza contare che brutto non è un concetto assoluto… e inoltre si esprime un giudizio dell’autore, che può non corrispondere con quello del lettore; il secondo modo è quello di scrivere “Mario ha il naso storto, con una cicatrice che gli solca lo zigomo sinistro; quando ride, poi, mette in mostra una dentatura irregolare e ingiallita”.
Qual è il vantaggio di usare un sistema anziché l’altro? Beh, la precisione, la maggior immersione nella scena, la possibilità di trasmettere il “ribrezzo” attraverso dati oggettivi anziché un giudizio; ovviamente ha anche un contro questo sistema, perché obbliga l’autore a impegnarsi in quel che sta descrivendo e non lasciare al lettore il lavoro di farlo al posto suo.
Ebbene, io ho preso molto sul serio questo sistema stilistico e ho cercato (e credo di esserci riuscito) di eliminare tutta quella che era la mia presenza nel testo, lasciando solo l’oggettività di quel che c’era nella scena. A volte questo ha provocato un allungamento in termini di parole, perché dire vecchio è ben più conciso di dover descrivere le rughe e le macchie senili, ma mi ha gratificato riuscire a farlo.
Ovviamente sono spariti tutti i pensieri dei personaggi: un romanzo non è un fumetto con la nuvoletta, sono due opere ben differenti e io volevo che il risultato finale fosse quello di dare al lettore la possibilità di essere lì accanto ai personaggi, o di fronte a un paesaggio, a godersi quel che accadeva, parole, azioni o immagini che fossero.

Durante questo lavoro (tosto, lo ammetto) che ha previsto anche l’inserimento di nuovi personaggi per creare dialoghi a sostituire pensieri e meditazioni introspettive che, “mostrate a parole” avrebbero reso ben poco in termini di comprensione, senza sforare nel raccontare, sono finalmente arrivato a fine testo.
Faccio una piccola riflessione e accenno a qualcosa che, con ogni probabilità, uscirà in qualche successivo episodio, quando parlerò del secondo romanzo: bene, il blog da cui ho preso spunto per cambiare radicalmente lo stile calcava parecchio la mano sul fatto che questo modo fosse migliore e io mi sono lasciato prendere la mano e ho estremizzato: mostrare tutto non è sempre possibile, perché ci sono passaggi che se fatti in quella maniera possono risultare artefatti, lenti, quasi campati in aria e quindi, nel successivo romanzo, sono passato allo Show and tell come stile, perché mi consente di mixare al meglio gli elementi narrativi, specie se l’orizzonte temporale si amplia, così come quello delle situazioni, così come avverrà nel successivo libro.

Ora cosa mancava prima di vedere il volume sugli scaffali delle librerie? Una passata di editor, in modo che venissero mostrati i limiti del testo e anche corretti gli errori.
Sentendo un po’ in giro, ho trovato una persona che l’aveva fatto in precedenza proprio collaborando col mio editore, così, dopo un’ulteriore lettura e limatura di cose che potevano essere migliorate (ricordati che più leggi un tuo testo, più lo cambierai, quindi datti un limite, o non ne verrai mai a capo) ho stampato tutto e ho consegnato il “manoscritto” a Giulia per il lavoro di editing…

… ma visto che sono andato più lungo del previsto, di quest’ultima fase, che comunque presenta insidie, te ne parlo la settimana prossima. Martedì uscirà il prossimo episodio, così da concludere questo “travaglio” editoriale, che dalla stesura ha portato alla pubblicazione del romanzo “La Brigata della Speranza”.
Ci sentiamo tra qualche giorno; intanto ti saluto e ti auguro una buona giornata… e Buon Natale!
E di nuovo grazie di avermi ascoltato!

30 commenti su “05 – Verso il traguardo”

        1. Non ho ancora un numero definitivo, visto che non è ancora completata la stesura, ma credo si aggirerà intorno alle 500, più o meno… forse qualcuna in più. Però l’ordine di grandezza è quello.

          1. Buongiorno Ale, appena ho un po’ di tempo vado a visitare il tuo nuovo blog e le tappe di questo podcast. Mi hai troppo incuriosito 😍

          2. Ottimo articolo, solo una cosa però. L’introspezione non è sempre tell, dipende da come viene fatta 😊 a me, ad esempio, piace sempre tantissimo leggere le riflessioni dei personaggi, quindi le inserisco. Ovvio che non devono essere pesanti o spiegare e ripetere la scena, ma aiutano anche il lettore a far capire che una domanda su una situazione “strana” il personaggio se l’è posta. Specie se è spesso da solo. Non fidarsi mai di chi dice “non si usa questo, non si usa quello, è sbagliato”. Bisogna sempre regolarsi sul stile e messaggio che si vuole mandare.

            1. Grazie Ale! 🙂
              Beh, su chi è troppo intransigente, l’ho capita, non bisogna fare affidamento… o almeno non in maniera totale e totalizzante: magari in certe situazioni ci sta, ma non dappertutto e non certo sempre.
              Sul fatto che le introspezioni e le riflessioni siano tell, non sono sicuro: dipende tutto dal punto di vista che si adotta, anche… però sì, se sono ben fatte e funzionali, oltre che utili ai fini narrativi, ci stanno.
              Io, nello specifico, mi riferivo a “rievocazioni mentali” di fatti non narrati e mi sono dilettato a farle emergere con un dialogo tra personaggi.

          3. Ah, sì, in questo caso è meglio evitare i riassunti ^^°. Addirittura io evito il dialogo, è uno dei pochi casi in cui trancio il diretto in favore dell’indiretto, a meno che non sia funzionale per qualche altra ragione. Se è lungo, poi faccio un capitolo a parte di digressione.

            1. Keep Calm & Drink Coffee

              Davvero molto interessante.
              E fantastico che il viaggio nel tuo lavoro inizi prima ancora della lettura!

                  1. Beh, avrei alzato le aspettative e avrei imparato qualcosa di più su come fare le cose meglio… ma fa lo stesso, dai: spero di aver imparato la lezione per la volta successiva! 😉

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