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22 febbraio 2022

A fine gennaio 2021 pubblicavo, in due puntate, questo raccontino dal sapore profetico: diciamo che se da un lato ci ho visto male dall’altro sono stato fin troppo lungimirante.
Beh, goditi (se così vogliamo dire) questa parodia di una realtà da ridere per non piangere.


Il campanile di borgo Trecase rintocca nove battiti e mezzo e non si vede in giro un’anima; nemmeno un gatto randagio coi suoi occhi gialli illuminati dalla luna, che tra un paio di giorni sarà nel suo ultimo quarto, si muove tra gli arbusti spogli e i marciapiedi pieni di guano di piccione.
Artemio è sotto casa di suo cugino, Severino, col dito pigiato sul citofono, ma nessuna luce si accende e nessuna risposta giunge dalla griglia.
«Dov’è finito ‘sto ‘mbecille? Tra un po’ inizia il coprifuoco…» sbuffa e si alita sui guanti di lana bucati, prima di rimettere l’indice sul pulsante.
«Mi spieghi che cosa stai facendo?» dall’alto, la voce stridula della signorina Calendula fa arretrare il ragazzotto attempato di un paio di passi: nemmeno guarda se arrivano delle macchine, perché il silenzio è tale che nemmeno le auto elettriche passerebbero inascoltate «Gli han staccato la corrente, non lo sapevi? Entra e va a bussare.» E dopo essere sparita, la procace zitellona preme il pulsante e la porta fa un clack; si apre uno spiraglio di luce, un lieve chiarore rosato dovuto al neon bianco delle scale che si riflette sulle palle rosse dell’albero di Natale, ancora in bella vista nell’atrio, esce fin sulla strada, creando un contrasto cromatico raccapricciante.

Artemio entra, arriva alla porta dell’appartamento di Severino e batte tre colpi con le nocche, ma i guanti attutiscono il suono, così, dopo una bestemmia che arriva fin su in mansarda, scaglia prepotentemente il pugno sul legno tanto da farlo tremare, così come il muro in cartongesso laccato d’un bel marrone che tiene su l’uscio.
«Chi è che rompe il ca…» il cugino apre la porta e si zittisce «Oh, Arty: che ci fai qui?»
«Arty lo dici alla tu’ sorella, tanto per cominciare!» Artemio entra, spintonando in malo modo Severino, ormai pelle e ossa, con il volto emaciato e la barba di almeno una dozzina di giorni.
«Eggià: si chiama Artemide, come dovrei chiamarla?» gli mormora in risposta a fior di labbra, violacee per il freddo.
Artemio si sfrega le braccia e si mena delle manate sulle spalle «Brrr… Che freddo! Ma che t’è successo? Hai i pin…» non fa in tempo a finire la frase che un’anta dell’armadio a muro in fondo al corridoio si apre e ne esce proprio un pinguino, che trotterella via verso la cucina «Non dirmi che ti hanno licenziato di nuovo!»
Severino annuisce in silenzio «Ero solo in prova: facevo il lad… Il grassatore, ecco.» abbassa la testa e sospira, facendo fluttuare una nuvoletta di vapore «Però, con ‘sto pandemia del menga, non si può più lavorare per via delle limitazioni alla circolazione e…» si stringe nelle spalle ossute e molla un peto che richiama l’attenzione dei vicini del piano di sopra, che domandano attraverso il solaio tarlato se va tutto bene «Tutto a posto, Gesualdo: sto solo spostando la cadrega.»
Il cugino di campagna si tura il naso e una smorfia disgustata gli disallinea la bocca «Ma per motivi lavorativi, io sapevo che si può circolare, no?» si avvicina al cittadino di borgo Trecase e gli tiene insieme le ossa in un abbraccio «Potevi dirmelo, sai? Io sto concimando e ho bisogno di qualcuno che mi dia una mano…»
«Ma il tuo è un lavoro di merda!» protesta Severino, che piange lacrime senza sale, visto che non può più permettersi nemmeno quello «Ma se vengo a casa tua, poi, mi tieni anche per cena? Lo sai che a me il gatto non piace granché…»
«Coniglio: si dice coniglio!» protesta Artemio, con sguardo severo verso Severino «E poi tua zia non è capace di cucinare altro: accontentati.»

Il malghese della piana esce appena in tempo per prendere due tranci di pizza all’angolino delle due vie, che poi è solo una curva, mentre il garzone che fa le consegne a domicilio smadonna con gran fantasia anche i santi meno celebrati, tirando calci alla motoretta, un sidecar reperto della Seconda guerra mondiale, che non dà segno di voler ripartire per il freddo.
Preso un pezzo di capricciosa e uno di margherita, particolari ricette locali che prevedono un atteggiamento infantile nella consegna della prima e la spolverata di una bustina di camomilla, spacciata appunto per margherita, sull’altra, Artemio torna dal congiunto.
Una volta di sopra, si siedono a turno, visto che Severino s’è venduto pure le sedie in più, e nel frattempo chiacchierano del più e del meno… soprattutto del meno, che è l’argomento su cui sono più ferrati.
«Ma la tua fidanzata che fine ha fatto?» gli chiede a un certo punto Artemio, mentre sbocconcella la crosta della pizza alla camomilla, sempre più disgustato a ogni morso.
«L’ho lasciata.» Severino guarda fuori dalla finestra il lampione balbettante «Abbiamo litigato, le ho detto di trovarsi un altro e lei mi ha preso in parola: ora vive in città, con uno che ha la barca sui navigli, pensa te…»
«Allora ti ha lasciato lei.» sottolinea di nuovo Artemio guardando di sottecchi mentre si toglie l’unto dalle mani nella tovaglia lercia.
«Pensa quel che vuoi, ma…» la frase si interrompe e il suo volto si fa ancor più smunto e pallido: porta entrambe le mani alla bocca e, dal bagno, si sente il rigurgito nella tazza del WC.
Suo cugino lo raggiunge e lo aiuta a rimettersi in piedi «Dovevo immaginare che c’era qualcosa di strano nella tua capricciosa: sembra che ti sia mangiato il… coniglio con tutta la pelliccia!» tira lo sciacquone e, a braccio, porta Severino nell’altra stanza «Dai, su: ora riposa, domani andrà tutto bene, come dice quello striscione appeso al balcone di Calendula. A proposito: dici che se vado di sopra, lei…»
«Voglio morire!» mugugna il giovanotto di una volta di borgo Trecase «Sento che sto per morire!»
«Ma va là.» Artemio lo tira su «Ho capito: stanotte rimarrò qui a farti da badante.»
I due cugini passano il resto della serata seduti sulle molle, l’unica parte rimasta del vecchio divano, guardando il tavolo su cui era rimasto il vassoietto di carta della pizza da asporto e, dopo aver rievocato qualche aneddoto della loro gioventù, passato per lo più a guardare riviste che vendevano intimo per corrispondenza o il viavai dall’appartamento di Calendula, decidono che è l’ora di andare dormire, così si spostarono sul materasso a una piazza e mezza sul pavimento dell’altra stanza: anche il letto era stato barattato per qualche spicciolo.
«Sai che ho paura del buio…» sussurra Severino e, nonostante nell’appartamento fosse stata staccata la corrente elettrica, suo cugino ha la brillante idea di accendere la luce delle scale.
Il problema di quell’illuminazione, che in qualche modo spandeva un’aura rosata, sempre per via delle palle dell’albero di Natale, non era tanto la peculiarità che rendeva il tutto meno mascolino, quanto il fatto che è temporizzata, così, dopo essersi alzato tre volte a intervalli regolari, Artemio si rompe i coglioni e apre le ante, in modo che il lampione sfarfallante lasci entrare il suo intermittente bagliore.

L’alba giunge sincronizzata col canto del gallo e la testa di Severino è riversa sulla spalla massiccia di Artemio e dalla bocca del ragazzo di tanti anni prima, cola un filo di bava e qualche pezzetto di vomito sul maglione mélange sui toni del verde.
«Ma che schifo!» commenta tirandosi di lato il contadino giunto dal contado, ma quando si scosta capisce che c’è qualcosa che non va e la testa di Severino rimbalza un paio di volte sul materasso senza che lui riapra gli occhi.
È il 22 febbraio 2022, data palindroma e iellata per antonomasia che sarà nota a tutta la gente di borgo Trecase e anche oltre, fino a castel San Crispino, come l’alba dei morti pezzenti.
Del pinguino che viveva da Severino, si son perse le tracce nella nebbia.

63 commenti su “22 febbraio 2022”

      1. Quel “Taaaaac” è diventato così famoso che non si può fare a meno di ripeterlo, 😄. Oh, oh, sento che sta per partirmi un “Taaaac”: commento scritto: Taaaac. Commento inviato: Taaac. 🤣

          1. 🤣🤣🤣🤣. E poi, mi sono dimentica di scrivertelo prima, questo racconto è troppo bello per non essere ribloggato. Vediamo se riesco ad azzeccare il primo reblog facendolo tramite app,🤞🤞. (Finora ho fatto i reblog con il sito, 😉): speriamo bene… ok, vado con il reblog, 😀.

                    1. Una visione rinnovata e più che mai nefasta!!! Davvero b3llo però come lo hai scritto tu, eh la classe jon è acqua e tu sai scrivere bene 😉. Buona serata 😊

                      1. bella narrazione, ispirata in qualche modo al celebre film, ma con quella trama che sa di attuale, viste anche le tragedie dei giorni nostri. ..👍😊😊👏👏👏

                      2. Keep Calm & Drink Coffee

                        Hai proprio dettagliato il famoso concetto del non aver neanche più gli occhi per piangere … non a caso tristemente vero.

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